L'ABITO MIGLIORE

  • Stampa

Cambiano le mode e i tempi, ma per le grandi occasioni si indossa l’abito più bello, più elegan-te. Attraversiamo tutti l’età della ribellione, della pretesa di essere diversi esagerando nella stra-vaganza del vestire o nel bisogno opposto di indossare capi "firmati" per essere accettati creden-do erroneamente di elevarci su altri. L’abito migliore, quello che viene indossato quando ci si reca in chiesa è detto, nella lingua popolare portoghese: "vestito per vedere Dio". Questa espressione nasce dalla convinzione che, di domenica, la comunità in festa si raduna per "vedere il Signore". È un giorno di gioia perché, come a Pasqua e "otto giorni dopo" (Gv 20,19.26) il Risorto si rende di nuovo presente in mezzo ai discepoli riuniti, riscalda i loro cuori, aprendoli alla compren-sione delle Scritture e "allo spezzare del pane" apre i loro occhi e si fa riconoscere (Lc 24,31-32). Tutti gli evangelisti mostrano uno scarso interesse sulla precisione cronologica, eppure su una data concordano perfettamente: "il primo giorno dopo il sabato" che noi oggi chiamiamo domeni-ca, giorno in cui videro il Signore. Per questo fin dalle origini i cristiani scelsero questo giorno per dedicarlo all’ascolto della parola, per evitare il rischio di passare dalla parte degli increduli, dalla parte di coloro che in modo superficiale e affrettato non cercano, non indagano per collegare gli eventi della vita, la storia personale e la storia della salvezza senza cogliere la presenza continua del Risorto. La domenica è il giorno per i cristiani, per ricordare e celebrare la Santa cena, per non lasciarsi fagocitare dalla mensa del mondo che riempie di vuoto e competizione, il giorno che l’uomo di fede dedica alla comunione, alla preghiera e al riposo. La domenica giorno della condivisione e della solidarietà verso le persone più povere. Come scrive S. Paolo ai Corinti, ciascuno metteva da parte ciò che era riuscito a risparmiare e presenta-va il suo dono a sostegno della situazioni più bisognose della comunità (1Cor 16,2) o le inviava alle comunità più povere.Come spesso accade non tutti sono presenti: chi ferito e deluso dai testimoni cerca altrove la pace, chi è distratto o attirato da altri messaggi, chi impegnato dai passioni e interessi personali, chi isolato nelle proprie convinzioni, chi affaticato da ricatti lavorativi, chi impedito da malattie o trattenuto nel letto della pigrizia, chi è inebriato dallo stordimento notturno, chi come l’apostolo Tommaso si era allontanato dalla comunità sfidando i giudei che incutevano paura e usavano violenza verso i testimoni di verità, per ritornare nei luoghi dei primi incontri. Tommaso aveva perso il primo incontro del Signore Risorto con i suoi apostoli, ma viene infor-mato dai suoi amici. L’obiezione di Tommaso e il rifiuto della testimonianza :"io non crederò se non vedo e se non tocco", non è una gretta obiezione e neppure la resistenza di un razionalista, ma è la reazione di colui che vuole imporre delle convinzioni personali, rivendicando i diritti dell’assente, di fare come vorremo noi una esperienza personale. Noi apparteniamo ai cristiani della terza generazione, cioè a coloro che non hanno incontrato direttamente il Risorto, né che hanno incontrato i testimoni del risorto, ma siamo coloro che possono indossare l’abito migliore, l’abito della bea-titudine che credono senza avere visto. Tommaso accetta di ritornare nella co-munità di origine, incontra la gioia degli amici, la luce dei loro occhi, la bellezza del loro messaggio e si lascia spogliare da Gesù dall’incredulità e dal dubbio per vestire con la gioia e riuscire a proclamare: "mio Signore e mio Dio".

don Andrea