PRUDENZA O PAURA

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 La prudenza è la virtù che dispone l'intelletto all'analisi accorta del mondo reale circostante ed esorta la ragione a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene, scegliendo i mezzi adeguati per compierlo. La prudenza è la « retta norma dell'azione », scrive San Tommaso D'Aquino sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura.

Gesù stesso ha raccomandato di essere: "prudenti come i serpenti" (Mt 10,16), eppure le sue parole paiono distanti da ciò che comunemente si intende per prudenza: ha pronunciato invettive verso scribi e farisei, si è messo contro i sadducei (classe sacerdotale), ha chiamato il re Erode "volpe" e ha lanciato frecciate ai re che vivevano su suntuosi palazzi. Ha violato la legge del sabato sfidando apertamente tradizioni e abitudini, frequentava gente malfamata e ritenuta impura, chiamava le guide spirituali "serpenti, razza di vipere". Ma che prudenza è questa!

L’alternativa c’era: farsi dominare dalla paura, rimanere nascosti a Nazareth, tenere la bocca chiusa o aprirla solo per adulare, ignorare le folle affamate stanche e deluse, chiudere il cuore alla compassione, tapparsi le orecchie per non sentire il grido dei lebbrosi e degli ammalati, rinunciare ai propri sogni, al proprio compito, difendere i propri privilegi e doni. La prudenza di Dio non è quella degli uomini, un alibi alla pigrizia, all’inerzia, al disinteresse. Per Gesù è meglio correre il rischio di sbagliare per amore piuttosto che rinunciare a lottare per i grandi valori, è meglio vedere il seme della Sua parola rifiutato da un terreno sterile (come è accaduto per esempio a Paolo ad Atene) piuttosto che nasconderlo per paura, avvolto nel silenzio.

In modi diversi e con storie diverse i vangeli raccontano, stimolano ciascuno di noi ad uscire dalla paura. Gesù porta come esempio la scelta di un padrone che parte per un viaggio (Mt 24,14- 30) che consegna ai suoi servi parte dei suoi beni, dei talenti, a chi cinque, due o uno (1 talento oscillava dai 26 ai 36 Kg d’oro, lo stipendio di 20 ore di lavoro). Non parla come erroneamente si crede di carismi, ma di una "forza". Un forza che diventa coraggio per uscire, investire, rischiare, rinnovare stile di vita, scelte. L’uomo è invitato ad essere signore nell’amore, un uomo nuovo liberato dalla paura. La conseguenza di questo percorso è: "prendi parte alla gioia del tuo Signore". Nella storia raccontata nel vangelo c’è un servo che per paura va a nascondere quello che aveva ricevuto. Capisco perché qualcuno ha scritto: "non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzio degli onesti" (M.L. King un pastore protestante, politico e attivista statunitense, leader dei diritti civili assassinato nel 1968). Ecco forse la vera piaga, l’alibi: siamo uomini nascosti che mormorano. La fede invita ciascuno ad uscire con prudenza, per denunciare ma allo stesso tempo proporre, investire e testimoniare.

Il vero tesoro allora della vita non è arricchirsi ma sentire nostro ciò che il Signore ci ha affidato, e rinnovare l’immagine di quel Dio che viene descritto da quel servo pauroso come: "uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso" (Mt 25,24-25). La paura distorce le informazioni, la percezione della realtà, trasforma la vera prudenza in giustificazione, porta a seppellire ciò che ci è stato affidato come compito e capacità. Dove c’è paura c’è fallimento. Dove c’è amore c’è gioia, coraggio, intraprendenza, partecipazione, compassione. "A chi ha verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (Mt 25,29).

don Andrea