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SPIAZZATI O TRASFORMATI

 Ogni giorno siamo informati di sofferenze e disgrazie altrui. Leggiamo e ascoltiamo ipnotizzati che il male esiste, che è senza scrupoli e senza limiti. È inevitabile per credenti e non credenti porsi la domanda: ma Dio dov’è? Perché l’uomo è destinato a soffrire? Rischiamo di masticare amaro e di restare spiazzati. Ciascuno di noi desidera il successo per la sua vita, ma è inevitabile fare esperienza della malattia e della sofferenza. Il problema del dolore non può essere solo visto e affrontato con angoscia, richiede una risposta, una reazione.

Nella bibbia, la storia di Giobbe (cfr. libro di Giobbe – Antico Testamento), ci dà un primo aiuto. Un uomo che perde improvvisamente tutto, viene spinto a maledire tutti e Dio stesso: "Come lo schiavo sospira all’ombra… così a me sono toccati mesi di illusione e notti di dolore… i miei giorni sono finiti senza speranza" (Gb 7,2.3.7). Giobbe però non è rassegnato, non soffre in silenzio, sfoga il suo dolore davanti al Signore.

Ecco allora la prima indicazione: preghiera, grido e pianto. "Ascolta o Signore la mia preghiera, porgi l’orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime" (Sal 39,13). Di fronte al male non viene chiesta la rassegnazione, l’uomo può e deve gridare allo scandalo, ha diritto di dire a Dio che non capisce perché lo ha collocato nel dolore e nella morte. Una seconda indicazione quando qualcuno parla di "pedagogia di Dio": nel dolore l’uomo si umanizza! Ma sembra "sadismo teologico" e personalmente chi ha detto che il dolore umanizza! Guerre e stermini non sempre hanno insegnato o sensibilizzato. Altri parlano della dottrina della retribuzione: "chi coltiva iniquità, affanni raccoglie" (Gb 4,7-8). Ma la vita smentisce l’ingenuità di questa posizione della fede giudaica evidenziandone l’insolenza nei confronti di chi soffre. Una precisazione sicuramente va fatta: dei campi di concentramento e della violenza non possiamo colpevolizzare Dio.

Il male non è invincibile. Nei vangeli si racconta l’azione di Dio per i suoi figli. Gesù taumaturgo, Gesù che si confronta con il male. Gesù non cerca e non dà spiegazioni teologiche, non si chiede perché nel mondo esistono disgrazie, malattie e dolori. Di fronte ai drammi del mondo è inutile incolpare Dio o gli uomini, l’unica cosa da fare è mettersi al fianco di chi soffre e lottare con tutte le forze contro il male. Gesù è raccontato per il suo intervento liberatore a favore dell’uomo.

Nella giornata chiamata di "Cafarnao", entra in casa di Pietro e avvicina alla suocera ammalata, ristabilisce un contatto, la risolleva. Il verbo greco usato è egéiro, che viene usato per indicare risurrezione, il risollevarsi dalla morte. La prende per mano e lei guarita si mette a servire. Ecco il segno, la terza indicazione, l’antiossidante, il farmaco: mantenersi in piedi, motivati a disposizione della vita, dei fratelli, della comunità, qualunque sia la responsabilità che la vita ti affida.

È facile da dire forse più difficile da attuare, ma la vita richiede una rinnovata capacità di adattamento, una osmosi spirituale tra i nostri desideri e ciò che incontriamo, un equilibrio instabile che lascia spazio sempre al desiderio di rinnovamento. La prova e la sofferenza fanno parte delle esperienze dell’uomo, ma per il credente sono anche via per crescere, per comprendere. Il Signore, se invocato, insegna a trasformare questo tempo in una opportunità per costruire e conoscere l’amore.

don Andrea

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