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GIOIA CONTAGIOSA

 Quando entri in un bar per prendere un caffè, non entri solo per questo, ma cerchi un luogo in cui chi lo prepara, ti offra anche la sua attenzione, il suo sorriso. Quando entri in un negozio per acquistare qualcosa, non entri solo per prendere quello che ti serve, ma cerchi attenzione e un sorriso che ti accolga. Ecco perché in oriente si afferma che il "negozio" lo fa l’accoglienza, il sorriso, la gioia. I prodotti ce li hanno tutti, la gioia invece va cercata.

La lingua ebraica è piuttosto povera di sinonimi, eppure per esprimere la gioia, nella Bibbia sono impiegati ventisette vocaboli. Nelle sacre Scritture ci sono le grida disperate di chi non trova risposta al mistero del dolore, ma più spesso suonano i canti di gioia di una moltitudine in festa e gli inni di riconoscenza a Dio: "Gioisca il mio cuore nella tua salvezza e canti al Signore che mi ha beneficato" (Sal 13,6). Siamo attirati dalla gioia, attirati da chi riesce a coinvolgerci in questa risposta spirituale. Se sei seduto a tavola in un ristorante e lontano senti una risata, tutti si girano quasi invidiosi di non poter condividere il motivo di tanta gioia. Raccontare barzellette attira le folle, ma è anche vero che una liturgia carica di gioia attira il cielo.

Nei vangeli ci imbattiamo in persone dal volto triste: il giovane ricco che non ha il coraggio di staccare il cuore dai beni (Mt 19,22), o i due discepoli in cammino verso Emmaus delusi dal Messia (Lc 24,17).

In certi momenti si rabbuia anche il volto di Gesù, ma un clima di gioia pervade in modo dominante le pagine evangeliche: a Zaccaria per la promessa di un figlio, ai pastori per la nascita del Salvatore, a Zaccheo pubblico peccatore è promessa la gioia perché perdonato dai suoi peccati, fino alla gioia incontenibile dei discepoli nel giorno di Pasqua (Gv 20,20).

"Siate sempre lieti, fratelli, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa infatti è la volontà di Dio in Gesù Cristo verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie…" (1Ts 5,16-20). La gioia è uno dei segni caratteristici della presenza dello Spirito di Dio nel cuore dell’uomo. Non va confusa con il piacere, qualunque esso sia. S. Paolo indica la sorgente della vera gioia. Essa nasce dalla preghiera e dalla gratitudine. La preghiera per non farsi catturare solo dalle cose contingenti, per non spegnere lo Spirito che ama, che desidera guardare e cercare oltre. La preghiera non come fuga dalle fatiche e dai pesi del mondo, ma come sorgente fiduciosa che le promesse di Dio si stanno attuando. Gratitudine per non dimenticare che superbia e orgoglio spogliano la nostra anima, la rendono giorno dopo giorno sempre più triste. Gratitudine come vestito da indossare per essere eleganti e attraenti.

È questo il nostro tesoro, una gioia contagiosa per superare tutte quelle forme ormai obsolete che ci hanno educato ad un Dio serio-so, controllore, giudice severo. Cerchiamo tutti il Gesù delle beatitudini, il Gesù che conforta e risolleva, Colui che ci cerca per restituirci gioia. Una buona battuta e un sorso di ironia sono più efficaci di ogni altra terapia per avvicinare, incontrare e contagiare nella fede. Vieni Signore Gesù. Maranathà.

don Andrea

 

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